Usi e costumi: l’alloro

 

“Il primo gennaio i Romani usavano invitare a pranzo gli amici e scambiarsi “il dono”, un vaso bianco con miele, datteri e fichi secchi, il tutto accompagnato da ramoscelli d’alloro, detti strenne come auguri di fortuna e felicità. Il nome strenna deriva dal fatto che i rami venivano staccati da un boschetto sulla Via Sacra,  consacrato ad una dea di origine sabina: Strenia, che aveva uno spazio verde a lei dedicato sul Monte Velia. La dea era apportatrice di fortuna e felicità, il termine latino ‘strenna’ presagio fortunato, deriva probabilmente proprio dalla dea.” …. si usava anche agitare l’alloro per augurare all’amico fortuna e felicità … buon 2018

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Gaspar van Wittel. 1653-1736. Roma, Arco di Tito e la Via Sacra

 

 

 

 

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Rubense 

 

 

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Dea Strenia

 

 

 

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Irene, la sorella di un Papa

La sorella di un Papa
Damaso, il Papa che coronò Roma di centri di culto martiriali, che compose elogi per fissare nel tempo le gesta di coloro che difesero e diffusero la fede cristiana, aveva una sorella che mori a 20 anni, il suo nome era Irene.
L’epigramma per la tomba della sorella, che fu sepolta presso il cimitero dei SS Marco e Marcelliano, nell’area callistiana, non è inciso con le belle lettere filocaliane …. e l’unico frammento fu trovato al Foro romano …
«Ora in questa tomba riposano i resti consacrati a Dio; qui è la sorella di Damaso, Irene se vuoi conoscerne il nome. Consacrata in vita a Cristo così che ne provasse il merito la stessa santa castità. Non aveva ancora vent’anni; l’età però aveva già fatto risplendere i nobili costumi di vita. Il voto liberamente espresso, la sua ammirevole fede, produssero magnifici frutti in una migliore epoca. Cara sorella, allora il testimone del nostro amore fraterno, nel lasciare il mondo, mi aveva dato te come pegno puro. Quando la santa dimora celeste me lo rapì, non temetti per la sua morte perché la sua anima innocente andava in cielo ma — lo confesso — mi dolsi di perdere una parte di me. Ora, quando Dio verrà mi verrà incontro, ricordati, o fanciulla, di noi perché la tua fiaccola illuminandomi mi preceda nel Signore»

 

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Scalino di Vittorio Emanuele III

Nel bassorilievo si vedono due uomini a cavallo, uno dei quali intento a montarvi, ed un terzo uomo in piedi sulla strada.
Questa scena fa riferimento all’abitudine del Re d’Italia Vittorio Emanuele III che, per recarsi presso la sua tenuta estiva di Castelporziano, arrivava fino a questo punto in automobile e, da qui, amava proseguire a cavallo. Tuttavia, la bassa statura del sovrano non rendeva semplice l’azione di montare a cavallo: per agevolarlo nel 1899 – quando ancora non era Re – venne realizzato questo scalino in peperino, probabilmente su iniziativa del palafreniere Gianbattista Fortunato.

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“tenez-ici”

 

 

 

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Le nove “ballette” jesine

 

 

 

 

Le “nove balette” jesine, erano orami dimenticate nei magazzini insieme a delle ceramiche del XIII secolo nel museo jesino. Erano state trovate nel 1936 in un pozzo del Palazzo della Signoria di Jesi. Hanno un diametro che va dai 4 ai 6 centimetri, sono decorate con dei fiori rossi, legate con filo di cuoio e costituite da pelle di pecora e l’imbottitura è formata da peli di animale frammista a capelli femminili. Chiaramente questa particolare imbottitura rendeva il loro rimbalzo ed il contatto stesso con la racchetta molto diverso da quello delle moderne palline.

 

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particolare della decorazione

 

 

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particolare della cucitura

 

 

E dove si poteva giocare? Si ipotizza a Piazza Colocci e a Piazza Federico II, in quanto provviste dello spazio necessario e collocate al centro della città. Anche nella Contrada di Pallacorda (oggi via XX Settembre) le fonti lo riportano come il luogo dove si svolgevano le partite.

 

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Jesi (An) – Piazza Federico II

 

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Jesi, ex Contrada della Pallacorda, dove secondo le fonti scritte, si giocava. Non so se è casualità, ma oggi accanto a Via XX Settembre, insistono i moderni campi da tennis.

 

 

 

Da Jesi a Civitanova Alta, il passo è breve, e lungo il principale asso viario si giocava a Pallacorda. Questa nuova scoperta la dobbiamo al Professor Alvise Manni, che a Londra ha ritrovato una piantina del 1613., in cui sono riportati due giocatori che proprio in mezzo alla strada sono intenti a giocare.

 

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Piantina di Civitanova M.ALta (MC) di Papiro e Simone Bartoli, M. Greuter?, Roma?, 1613 (g.c. BL di Londra) da uno studio del Prof. Alvise Manni

 

 

Nel Rinascimento il gioco con la “racchetta” era molto diffuso nelle Marche come a Parigi, Londra e tante altre città europee, racconti di viaggio narrano di Santi, Papi, Preti e Poeti di cui alcuni sono stati della Pallacorda promotori e benefattori, tra cui Papa Clemente XI, che si adoperò per salvaguardare l’esistenza dell’Università di Urbino offrendo alla causa i proventi del gioco della Pallacorda!
Nel 1500 un prete italiano introduce i “battoir”, strumenti a propulsione precursori delle attuali racchette, in sostituzione della mano.
Proprio nel rinascimento abbiamo notizia delle prime racchette (dall’arabo rahat “palmo della mano”, poi “arnese della stessa forma e funzione”) e in area mediorientale anticamente era molto diffuso il ciogan o tchigan, un gioco persiano che si avvaleva di strumenti simili alle racchette. Qualcuno, tuttavia, sostiene che la parola provenga dal latino reticulum, “etichetta” e successivamente “racchetta”.
Purtroppo di queste racchette non abbiamo traccia materiale, se non memoria su trattati e dipinti!

 

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Germain Le Manier, Ritratto di Carlo Massimiliano d’Orléans all’età di due anni, 1552

 

 

 

Da Lucas Gassel, David e Bestabea, 1550. Nel paesaggio è visibile un campo di pallacorda. E’ il primo quadro in cui viene raffigurata una partita del “tenez-ici”

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Testa dell’Erinni Ludovisi e il cuscino parlante: “DORMO DUM BLANDE SENTIO MURMUR AQUE”

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“Nel 1901, a seguito dei lavori di urbanizzazione dell’area della splendida villa Ludovisi sul Quirinale tra Porta Salaria e Porta Pinciana, lo Stato italiano, su sollecitazione dell’allora Ministro Quintino Sella, acquistò dalla famiglia 104 sculture per preservare il nucleo principale della prestigiosa raccolta iniziata dal cardinale Ludovico Ludovisi tra il 1621 e il 1623.”
Nella Collezione c’era anche questo splendido volto femminile, che prima di entrare nella Collezione Ludovisi era di proprietà del Cardinal Cesi, ed era nel suo famoso antiquario nel cuore del suo giardino presso Porta Cavalleggieri.
Venne identificata come ninfa delle acque del giardino del Cesi dall’epigramma rinascimentale che decora il suo cuscino marmoreo sul quale era appoggiata la testa nel ‘500.
cuscino di Erinni Ludovisi
Il distico latino “DORMO DUM BLANDE SENTIO MURMUR AQUE” (dormo mentre sento il leggero mormorio delle acque), ricollega all’interpretazione rinascimentale che voleva l’identificazione della testa con una ninfa dormiente, cullata dal mormorio delle acque nel giardino del Cesi.
Molte letture ed interpretazione si sono succedute. Nel ‘700 vi fu riconosciuto il ritratto di Olimpia, madre di Alessandro Magno. Mentre nel ‘800 venne ritenuta un’Erinne dormiente o una Medusa.
Il periodo di questa scultura è antoniniano, naturalmente come una copia di una figura appartenente ad un altorilievo, forse un’amazzone ferita con i capelli che cadono sul collo.

Angelo Canevari

Dopolavoro del Monopolio di Stato, ROma

Su Via di Porta Portese si affaccia un edificio del Ventennio, il “Dopolavoro dei Monopoli di Stato”, oggi “Nuovo Sacher”, la cui facciata  fu eseguita da ANgelo Canevari, grande artista e allievo di Burri. Camilleri gli dedica un libro, in cui ricorda i suoi disegni a china che Canevari ha realizzato per la serie dedicata a Don Chisciotte. Il testo di Camilleri racconta l’esperienza che ha avuto come lettore del Don Chisciotte e dell’impossibilità di imbrigliare il romanzo, ma delle 120 tavole realizzate da Canevari, parla “di un’epica impresa dell’artista di reinventarsi visivamente tutto il romanzo. Camilleri, da acuto osservatore, afferma che Canevari è riuscito genialmente a controllare il romanzo di Cervantes, reinventando visivamente il testo, introducendo nelle tavole disegnate degli spettatori che nello stesso tempo sono testimoni e partecipi alla scena.

Nomi scopliti nel marmo e nella memoria

 

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Via Bebio Tampilo è una strada intitolata, con Delibera Comunale del 12/12/19501, a questo personaggio dopo aver ritrovato il suo nome su una epigrafe trovata nel 18602 nelle Tenuta di Roma Vecchia. L’iscrizione della base marmorea ricorda Gneo Baebio Tampilo (CIL VI 1360) : questore, pretore, proconsole e preposto alla moneta.

L’odonomastica del suburbio è fortemente influenzata dai ritrovamenti archeologici individuati nella Campagna ROmana. Sono numerosi i toponimi stradali intitolati a personaggi menzionati in epigrafi o iscrizioni.

L’iscrizione3 si trova su Via Appia Antica all’altezza del Forte Appia ed è la seguente:

Cn(aeo) Baebio Cn(aei) [f(ilio)]
Tampilo Valae
Numoniano
q(uaestori), pr(aetori), proco(n)s(uli),
IIIvir(o) a(ere) a(rgento) a(uro) f(lando) f(eriundo)
viro.

https://www.academia.edu/15104594/Sepulchra_in_extremis_finibus_etiam_in_mediis_possessionibus_sepulchra_faciunt_in_B._Santillo_Frizell_A._Klynne_edd._Roman_villas_around_the_Urbs_interaction_with_Landscape_and_Environment_Roma_2005

Ma chi era costui?

In un articolo: “les origines funéraires des combats de gladiateurs” di Federica Quarata, Martina Prosperi, Beatrice Donati del 2008, è riportato un brano di Tito Livio in cui si menziona Tampilo, che per festeggiare il suo avanzamento di carriera instaura i “giochi plebei”4

 Fu  tribuno della Plebe nel 204 a.C. e nel 199 a.C. fu pretore e gli fu affidato il comando delle legioni di Gaio Aurelio Cotta, console nell’anno precedente, fino all’arrivo del nuovo console Lucio Cornelio Lentulo. Ma Tamfilo, ansioso di ottenere una vittoria che gli portasse gloria, compì una incursione nel territorio degli Insubri, ma fu sconfitto con gravi perdite. All’arrivo di Lentulo, fu rimandato a Roma in disgrazia. 

Triumviro nel 186 a.C.  fondo due colonie nuove colonie e nel 182 a.C.. fu console con Lucio Emilio Paolo Macedonico, con il quale combatté vittoriosamente contro i Liguri e rimase in loco come proconsole anche l’anno successivo.7

LIVIO, Ab Urbe condita, XXXI, 50 nel 200 a.C.

Annona quoque eo anno pervilis fuit; frumenti vim magnam ex Africa advectam aediles curules M. Claudius Marcellus et Sex. Aelius Paetus binis aeris in modios populo diviserunt. Et ludos Romanos magno apparatu fecerunt; diem unum instaurarunt; signa aenea quinque ex multaticio argento in aerario posuerunt. Plebeii ludi ab aedilibus L. Terentio Massiliota et Cn. Baebio Tamphilo, qui praetor designatus erat, ter toti instaurati. Et ludi funebres eo anno per quadriduum in foro mortis causa Valeri Laevini a P. et M. filiis eius facti et munus gladiatorium datum ab iis; paria quinque et viginti pugnarunt. M. Aurelius Cotta decemvir sacrorum mortuus: in eius locum M’. Acilius Glabrio suffectus.

Il prezzo del grano anche in questo anno fu bassissimo, gli edili curuli Marco Claudio Marcello e Sesto Elio Peto divisero la grande quantità di frumento portata dall’Africa al prezzo di due soldi al moggio al popolo. E fecero un grande preparativo per i giochi Romani; li stabilirono della durata di un giorno; e poi posero nell’erario cinque statue di bronzo che provenivano da un’ammenda di denaro. I giochi plebei furono instaurati per tre volte dagli edili curuli Lucio Terenzio Massiliota e Gneo Bebio Tanfilo, che era stato designato pretore. I giochi funebri furono fatti in questo anno per quattro giorni nel foro a causa della morte di Marco Valerio Levinio dai suoi figli Marco e Publio e fu offerto un combattimento di gladiatori da loro; combatterono venticinque coppie. Marco Aurelio Cotta il decemviro dei sacrifici morì: al suo posto fu nominato Marco Aciliio Glabrio.

Il successore Marco Bebio Tamfilo fu console nel 181 a.C e secondo gli autori antichi fece bruciare i libri di Numa Pompilio ritrovati sul Giannicolo.

VALERIO MASSIMO, libro I,

Magna conseruandae religionis etiam P Cornelio Baebio Tamphilo consulibus apud maiores nostros acta cura est.si quidem in agro L Petili scribae sub Ianiculo cultoribus terram altius uersantibus, duabus arcis lapideis repertis, quarum in altera scriptura indicabat corpus Numae Pompili fuisse, in altera libri reconditi erant Latini septem de iure pontificum totidemque Graeci de disciplina sapientiae, Latinos magna diligentia adseruandos curauerunt, Graecos, quia aliqua ex parte ad soluendam religionem pertinere existimabantur, Q Petilius praetor urbanus ex auctoritate senatus per uictimarios facto igni in conspectu populi cremauit: noluerunt enim prisci uiri quidquam in hac adseruari ciuitate, quo animi hominum a deorum cultu auocarentur.

Gran cura nell’osservare la tradizione religiosa si ebbe pure al tempo dei nostri antenati, quand’erano consoli Publio Cornelio e Bebio Tamfilo. Certi contadini, mentre scavavano in profondità il suolo sotto il Gianicolo, nel fondo dello scriba Lucio Petilio, trovarono due arche di pietra, delle quali una portava un’iscrizione attestante esservi stato sepolto Numa Pompilio e l’altra conservava sette libri di Diritto pontificale e altrettanti di precetti filosofici greci; allora si provvide subito con molta diligenza alla conservazione dei testi latini, mentre gli altri, siccome sembrava potessero in qualche misura contribuire ad attenuare il fervore religioso, furono fatti pubblicamente bruciare dal pretore urbano Quinto Petilio, che esegui, tramite gli addetti ai sacrifici, quest’ordine del senato: quei prischi cittadini non vollero in sostanza, che si conservasse in Roma alcun oggetto che potesse distogliere l’animo umano dal culto degli dèi.

Bibliografia

Enrico Giovannini, Nel nome, la storia: toponomastica del Suburbio di Roma antica, 2014

W. Smith, A Dictionary of Greek and Roman biography and mythology. Vol I pag. 452, 1813-1893

Bullettino dell’Instituto di corrispondenza archeologica Bulletin de l’Institut de correspondance archéologique 1963

http://romanticaemodern.altervista.org/appianticatesto.htm

http://www.edr-edr.it/edr_programmi/res_complex_comune.php?do=book&id_nr=edr109244

1Cfr Enrico Giovannini, Nel nome, la storia: toponomastica del Suburbio di Roma antica, 2014, pag 70

2Cfr, Bullettino dell’Instituto di corrispondenza archeologica = Bulletin de l’Institut de correspondance archéologique, pag 7

UNA ANTICA “AVE MARIA”

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LA PIU’ ANTICA “AVE MARIA” CHISSA’ SE PROPRIO DA QUI NASCONO I GRANI DEL ROSARIO???
Fra tante epigrafi murate sulle pareti interne del Palazzo Comunale di Cupramontana, c’è n’è una che pochi si sono soffermati a guardarla. Anche io che ci sono cresciuta!
E’ un testo forse l’unico che riporta la preghiera dell’Ave Maria, quella che si recitava prima del 1483, in cui si inserì la seconda parte della preghiera.
È un frammento di pietra con dei piccoli clipei ciascuno con lettere e segni incisi. Queste le lettere che si leggono:

CTAT…BUSE…TUSFR…..NTRIST…USSANTAM…ORAPRONO…MEN.

La ricostruzione ha portato ad individuare l’intero testo: [Ave Maria gratia plena Dominus tecum benedi]CTA T[u in mulieri]BUS E[t benedic]TUS FRU[ctus ve]NTRIS T[ui Ihes]US SANTA M [aria] ORA PRO NO[bis a]MEN.
Sia la paleografia che l’analisi del testo riportano sicuramente ad una testimonianza del 1200-1300. L”utilizzo? Tante ipotesi e nessuna certezza, la più accreditata è quella che sia stato un oggetto rituale per la confezione e la cottura delle ostie.cupramontana.jpg

(foto di Riccardo Ceccarelli)

 

Non si hanno notizie del luogo del ritrovamento, ma con certezza si ipotizza che possa provenire dalla chiesa di SAnta Maria del COlle, che si trovava non lontano dal Castello di Accoli.

CASTELLO DI ACCOLA e CHIESA DI SANTA LUCIA:  sempre a Cupramontana, in ctr. Badia Colli, c’era un castello che venne fondato verso il X sec. insieme ad altri castelli della zona e se ne ha una prima notizia nel 1130. Era chiamato “castello dell’Aquila” (castrum aquilae). Nel 1251 fu sottomesso a Jesi e fu oggetto nel tempo a continue liti di possesso tra Jesi e Staffolo. L’accordo arrivò nel 1456. Nella zona sorgevano varie chiese e dimore monastiche, tutte andate distrutte, rimane solo quella dedicata a Santa Lucia. Questa chiesa, ricordata nel testamento del conte Corrado d’Accola del 1285, sorgeva all’interno del castello, con esso andò quasi completamente distrutta nel 1447. Dopo quattro secoli, nel 1847, la chiesetta fu restaurata e riaperta al culto. Attualmente è proprietà privata.

Una bella storia  quella del castello di Accola, la perla del feudo che “…  con tutti gli uomini e i diritti che si trovano nel manso di Accola, il castello di Rotorscìo con gli abitanti e i vassalli del distretto e i diritti pertinenti, le case situate a Cingoli e nel comune di Jesi con tutti i beni e i possedimenti ricadenti nel territorio della stessa Cingoli, di Osimo, Apiro, Staffolo, Cervedoni e Jesi … “, che tra atti di vendita e testamenti, viene ereditata da Margherita, seconda moglie del signore dei feudi dell’Alto Esino Corrado Gentile che morendo devolve somme di denaro a chiese, monasteri e ordini religiosi di Accola, Staffolo, Jesi, ma soprattutto di Cingoli, patria della seconda giovane moglie.

 

KAIROS, ossia “il breve momento in cui le cose sono possibili”

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“Chi era lo scultore e da dove veniva? Da Sikyon.

Come si chiamava? Lisippo.

E chi sei tu? Il Tempo che controlla tutte le cose.

Perché ti mantieni sulla punta dei piedi? Io non corro mai.

E perché hai un paio di ali sui tuoi piedi? Io volo con il vento.

E perché hai un rasoio nella mano destra? Come segno per gli uomini che sono più pungente di qualsiasi bordo pungente.

E perché hai dei capelli davanti al viso? Per colui che mi incontra per prendermi per il ciuffo.

E perché, in nome del cielo, hai la parte posteriore della testa calva? Perché nessuno che una volta ha corso sui miei piedi alati lo faccia ora, benché si auguri che accada, mi afferra da dietro.

Perché l’artista ti ha foggiato? Per amor tuo, sconosciuto, e mi mise su nel portico come insegnamento”.

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Giordano Bruno

17 febbraio 1600, mentre Giordano Bruno, viene trasferito dal carcere di Tor di Nona a Piazza de Campo de Fiori, il notaio Giuseppe de Angelis descrivendo il trasferimento e in seguito l’esecuzione fa, accanto, uno “schizzo che mostra Bruno di tre quarti, con addosso una tunica, e con le braccia dietro il corpo, probabilmente legate a un palo come spesso accadeva. Il volto presenta dettagli interessanti: un filo di barba sembra marcare i contorni del viso, mentre il tratto molto accentuato degli occhi e delle sopracciglia potrebbe far pensare a uno sguardo marcato, quasi minaccioso. Questo prezioso inedito è stato rinvenuto nell’ Archivio di Stato di Roma da Michele Di Sivo e Orietta Verdi nel corso del restauro di alcuni documenti in occasione della mostra dedicata a Caravaggio a Roma” …. SOTTOLINEANDO CHE QUESTO E’ L’UNICO RITRATTO DI GIORDANO BRUNO secondo le sue reali fattezze ….Schizzo del rogo di Giordano Bruno (17 febbraio 1600)